X Convegno della Società per gli Studi sul Medio Oriente
Lunedì, Maggio 30th, 2011 | Senza categoria | Comments Off
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Messaggio del sindaco di Milano Giuliano Pisapia al presidente di SeSaMO in occasione del X Convegno dell’Associazione
Inviato: mercoledì 8 giugno 2011 19.24
A: Branca Paolo Luigi
Oggetto: Alla gentile attenzione Prof. Paolo Branca
Buonasera,
si trasmette di seguito messaggio da parte del Sindaco Pisapia.
Cordiali saluti
Ufficio di Gabinetto
Cari amici,
ho piacere di rivolgervi un saluto perché ritengo sia molto importante il lavoro che ogni giorno svolgete nelle aule universitarie e nella società.
Il tema di questo convegno è di estrema attualità. Guardiamo tutti con molto interesse ciò che avviene nei paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, i cui cambiamenti in atto hanno e avranno ripercussioni sul nostro Paese e sulla nostra Città, dove vivono tanti cittadini provenienti da quelle aree.
Porre attenzione a questi eventi è per noi fondamentale perché è solo attraverso la conoscenza della storia e della cultura dei paesi di provenienza dei nuovi cittadini che può attuarsi una vera integrazione sociale nei nostri quartieri, nelle nostre città.
Colgo quindi l’occasione di questo Convegno per ringraziarvi per il vostro prezioso impegno quotidiano.
A tutti un cordiale saluto.
Giuliano Pisapia
Sindaco di Milano
Xth SeSaMO Congress
Giovedì, Gennaio 20th, 2011 | Senza categoria | Comments Off
Xth Congress of the Society for Middle Eastern Studies
Milan, 9-11 June 2011
Uniform(ed) memories. Peoples, States and Nations in the Mediterranean and Middle East
Call for panels
In 2011 Italian unification, proclaimed in 1861, will be celebrated; 2011 is also the centenary of the Italian colonial campaign in Libya. If the former is at the centre of official ceremonies, as well as the subject of several research activities and popular cultural initiatives, the latter seems to occupy a marginal place in Italian collective memory. Once again, memory turns out to be a ‘narrative act’ (Passerini, 1988), made up of reticence more than revelation.
Highlighting the coincidence between these two anniversaries has today, in our opinion, a noteworthy meaning: numerous social phenomena ascribable to globalization, as well as the stable and stratified presence (in terms of social, cultural and generation gaps) of migrants in Italy are prompting our country to rethink the categories of nationality/citizenship, nation state and collective memory.
Anniversaries represent by their nature a moment in which, through reconsidering the relationship with the past, a community defines its own identity and its prospective life. As Jan Assmann writes, ‘memory works in both directions, ahead and back. Memory not only reconstructs the past, but organizes the experience of the present and the future’. Moving from Assmann’s assertions, Angelica Neuwirth identifies, in the experience of a new relationship between memory and identity, one of the fundamental elements of contemporary Arab culture (Neuwirth, 2010), a subject that deserves to be deeply investigated.
In Italy, remembering the centenary of Libya’s conquest (1911) means not only retracing the reasons that brought about the fierce promotion of Italian nationalism of overseas ventures, but also understanding how national identity has been reinforced through colonial imperialism. In other terms, national identity has been shaped also due to nationalist pride, imperialistic ambitions and power politics. Besides, the defense of italianità abroad has had an important role both in identity dynamics and in political and diplomatic events (Choate, 2009).
The Italian anniversaries allow us to extend this reflection to those nationalisms in the Mediterranean Africa and the Middle East, which contemporary historiography does not consider any more solely as a reaction to colonial domination or as a European legacy. They are considered, in fact, as ‘a multifaceted process whose roots lie in socio-economic processes of the modern era and whose meanings extend beyond elites to broader segments of society (Jankowsky, Gershoni, 1997).
The above-mentioned celebrations offer our Association the opportunity to debate three fundamental questions in Middle Eastern studies, which involve history, political science, literature and cultural studies: a) the relationship between commemorations, memory and identity constructions; b) the connections between nationalism, colonialism and post-colonial societies; c) the link between migrations, globalization and self-identification processes.
Although the above mentioned anniversaries concern contemporary history, group identity and reconstructions of the past are phenomena involving all historical periods and a long term perspective (linguistic communities are an example). Contributions from different disciplines, and with clear theoretical and methodological references, are welcome. Proposals (with a title, an abstract of 2000 words, coordinator and, when necessary, presenters) have to be sent to the SeSaMO Secretary (sesamo@unict.it) before 15 March 2011. Papers may be presented in Italian, English and French.
CALL FOR POSTERS
The subject of the Xth Congress of the Society for Middle Eastern Studies is suited to the presentation of Posters that illustrate initiatives of intercultural didactics or research projects, launched in schools or universities.
The exhibition of Posters aims at offering the opportunity to discuss such research and projects, as well as encouraging dialogue among SeSaMO scholars and other actors involved in cultural production (associations, public institutions, students, publishers, etc)
The Posters should be presented to the SeSaMO Secretary (sesamo@unict.it) by one or more SeSaMO members, in association with the above mentioned subjects.
The Scientific Committee
Paolo Branca, Mirella Cassarino, Eugenia Ferragina, Marcella Simoni, Alberto Tonini, Lorenzo Casini, Lucia Sorbera, Daniela Melfa
Telegramma del Presidente di SeSaMO in merito alle posizioni espresse dal prof. Claudio Moffa
Lunedì, Ottobre 11th, 2010 | Senza categoria | Comments Off
C.A. Ch.mo Prof. Enrico Del Colle
Preside della Facoltà di Scienze Politiche
Università degli Studi di Teramo
E P.C. al Magnifico Rettore
Gent.ma Prof.ssa Rita Tranquilli Leali
Viale Crucioli 122, 64100 Teramo
Ch.mo Professore,
a nome mio personale e facendomi interprete delle convinzioni dei membri dell’Associazione che presiedo, Società Studi Medio Oriente (SeSaMO), esprimo la più viva preoccupazione e il più netto disappunto per quanto appreso dal quotidiano La Repubblica dell’8 ottobre e visto sul relativo sito. In quanto ricercatori e studiosi certamente appassionati, ma non per questo meno obiettivi, delle materie anche spinose di cui cerchiamo di occuparci con la massima onestà intellettuale, non possiamo che prendere le distanze dal metodo e dal merito delle posizioni del prof. Claudio Moffa. Negare o ridimensionare le sofferenze di un popolo che ha rischiato l’estinzione non ci pare infatti legittimo né ammissibile, tanto più qualora ciò venisse fatto al fine di denunciare diritti negati o ingiustizie patite da altri. La profonda ambiguità e la confusione morale che derivano da posizioni del tipo di quelle espresse dal prof. Moffa rischiano solo di diffondere idee errate e sentimenti aberranti che non possono che essere da noi deprecati sia in quanto studiosi sia in quanto cittadini politicamente ed eticamente consapevoli. Certi che comprenderà le nostre motivazioni e augurandoci vivamente che le condivida, Le esprimiamo la nostra gratitudine per la Sua cortese attenzione, e Le porgiamo i nostri più distinti saluti
Paolo Branca
World Water Forum Istanbul
Lunedì, Aprile 27th, 2009 | Senza categoria | Comments Off
Di seguito troverete una nota critica sul World Water Forum di Istanbul, Eugenia Ferragina
TERRASANTA
Venerdì, Gennaio 2nd, 2009 | Senza categoria | Comments Off
Carissime/i,
mi scuserete se non ho intitolato il file che contiene queste mie riflessioni né Israele né Palestina, ma semplicemente Terrasanta, nome caro ai cristiani (per definire la patria di Gesù) che tuttavia non sempre ne hanno fatto buon uso… siamo insomma tutti in debito con questa parte del mondo, soprattutto per l’abuso che del suo carattere sacro abbiamo spesso appunto fatto, con le migliori intenzioni e con i peggiori risultati.
E’ lì da millenni a ricordarcelo, solo che quanti ci hanno vissuto e ci vivono pagano in prima persona e molto caro quello che per altri è un bell’argomento di dibattito, sincero e appassionato quanto si vuole, ma che dovrebbe essere un tantino più rispettoso di chi vive il dramma sulla propria pelle.
In trent’anni di studi arabo-islamici e interreligiosi ho scelto deliberatamente di non specializzarmi in questa questione, non certo perché non lo meriti, ma proprio perché richiederebbe una dedizione che non sono in grado di riservarle. Vale anche per altri temi come la questione femminile o il sufismo. Non si può essere esperti di tutto e riconoscere la parzialità della propria posizione è il primo dovere che si ha di fronte alle cose serie.
Parzialità, come dicevo, perché so solo una parte esigua di quel che si dovrebbe sapere per pretendere di poter giudicare, ma anche parzialità nell’altro senso del termine. Siamo tutti e sempre ‘di parte’ proprio in quanto le cose ci coinvolgono direttamente – almeno dal punto di vista emotivo - e la nostra posizione ne è inevitabilmente influenzata. Non si tratta di relativismo, di non essere né carne né pesce, ma appunto di avere la consapevolezza che se si è carne non si può vivere sottacqua e se si è pesce fuori dall’acqua si può stare solo per pochissimo tempo.
Come cristiano non posso che guardare agli ebrei che come a ‘fratelli maggiori’ nella stessa fede. Nulla di ciò che li riguarda mi può risultare indifferente (come del resto potrei dire di tutti gli esseri umani, sulla scorta di Terenzio – autore pagano ma non per questo meno autorevole – che affermava: ““homo sum: humani nihil a me alienum puto”).
Ma sarei di un candore davvero eccessivo se, usando questa espressione, pretendessi di cancellare duemila anni di storia in cui non solo non è stato possibile pensarla in questo modo, ma si è anzi pensato ed agito esattamente all’opposto.
Come europeo contemporaneo, poi, condivido con tutti gli altri la memoria della Shoah ed ho quindi un motivo di più per avere a cuore il destino degli ebrei, compreso quello dello stato che essi hanno voluto edificare 60 anni fa e che comprensibilmente considerano essenziale alla loro sopravvivenza. Sarebbe facile dire che per molti secoli, pur non avendo uno stato, sono comunque sopravvissuti, ma non credo sia lecito liquidare così la questione…
Per ragioni non solo professionali, considero anche gli arabi (musulmani e non) figli del nostro comune padre nella fede, Abramo, ma anche in questo caso non mi nascondo che una bella espressione non può rappresentare un velo di buoni sentimenti sotto il quale nascondere contrasti e conflitti secolari che purtroppo sono tutt’altro che sopiti.
Cerco dunque di vedere le cose anche dal loro punto di vista e non mi è difficile comprenderne le ragioni, valide almeno altrettanto quelle di parte israeliana.
Il bel risultato di tutta questa consapevolezza è un dolore ancora più lancinante, come quello che ci coglie di fronte a fratture insanabili che talvolta travolgono i membri della stessa famiglia o di fronte a questioni in cui non vi sono una ragione e un torto, ma due ragioni che apparentemente si oppongono e paiono escludersi a vicenda… tra arabi e berberi (o curdi), tra sunniti e sciiti, tra turchi e armeni – solo per rimanere in zona – le cose sono altrettanto complicate e il silenzio su questi fronti non fa che dimostrare una volta di più la nostra ipocrisia.
Responsabilmente accetto il paradosso, ma questo non mi fa affatto sentir meglio… anzi, vorrei proprio poter decidere una volta per tutte da che parte stare per trovar finalmente una comoda via d’uscita, eppure non mi riesce di rispondere a una domanda mal posta solo per cavarmi d’impiccio.
Quand’ero ragazzo furoreggiavano slogan quali: “Vietnam rosso, Vietnam libero” o “Guerra di popolo vince in Indocina”. Ben pochi si son preoccupati di verificare quale ‘paradiso’ si sia realizzato dopo tale presunta vittoria. La sorte di quelle genti e di quelle terre non stava, in realtà, veramente a cuore a nessuno. Propaganda, si chiama - da alcuni millenni – l’utilizzo interessato di sacrosante cause che smuovono la coscienza finché possono essere sfruttate per altri scopi, salvo finire nel dimenticatoio (insieme a innumerevoli altre che al livello della sacralità, chissà perché, non assurgono mai) dopo esser state strizzate come limoni. Dove vada a marcire la buccia, in fondo, poco importa: avanti il prossimo! Cambiata casacca, alcuni di coloro che tali slogan scandivano, oggi si peritano di ammonirci su nuovi rischi mortali che la nostra civiltà starebbe correndo. Qualcuno, addirittura, sbandiera un’identità giudaico-cristiana alla quale non è mai realmente appartenuto, invoca il ritorno dell’impero e finisce per scoprire le carte quando afferma: “Ci vuole la guerra. E soltanto (corsivo ns.) la guerra” (Il Foglio, 11/9/2206), dimenticando la netta e liquidatoria definizione che di essa Giovanni Testori – lui sì radicato in un’autentica esperienza religiosa – ha formulato, con sarcastica icasticità, in una delle sue tragedie: “Sangue e merda, sia che si vinca sia che si perda!”.
Dire che dalla storia non si impara niente (Niente e così sia era appunto il titolo di un libro di Oriana Fallaci ‘prima maniera’) sarebbe il minimo, ma non è una novità.
L’importante, come sempre, è schierarsi e serrare le file. A tale scopo, semplificare la realtà, finendo per farne una grottesca caricatura, più che naturale risulta indispensabile, visto che la società dell’informazione vive di emozioni (effimere, ma dalle conseguenze non per questo meno micidiali) suscitate non tanto dai fatti, che ci sono – positivi e negativi, come sempre, soprattutto inermi e incapaci di difendersi - ma dalla loro interessata rappresentazione.
Trovate che tutto questo ragionamento sia, in definitiva, paralizzante? Che a tener conto della ragioni di tutti si finisca per lavarsene le mani e chiamarsi fuori dalla mischia?
E’ possibile, ma non è il mio caso.
Un paese o uno stato che si dicano ‘ebraici’ avranno per definizione problemi con la parte di popolazione che appartiene a etnie e religioni diverse, eppure le stragi del Settembre Nero o di Sabra e Shatila mi ricordano che è stato forse versato più sangue palestinese da parte di altri arabi che non dagli israeliani. Tanta sbandierata solidarietà di occidentali non ha effettivamente migliorato le condizioni di quelli a favore dei quali ci siamo dichiarati, poco importa se fino a ieri sono stati in prevalenza gli uni e oggi invece gli altri.
Quello che appare sempre più evidente è il totale cinismo di chi, da una parte e dall’altra, gioca con la vita delle persone: sia ben inteso, anche di quelle che sparano, che si fanno esplodere, che lanciano razzi o fanno rappresaglie, non solo delle loro innocenti vittime.
Una classe dirigente non molto diversa dalla nostra, in fondo, solo che da noi sembra che la questione sia soprattutto un gioco tra guardie e ladri. In realtà, purtroppo, neppure qui c’è da stare allegri constatando quanto intere regioni d’Italia siano in mano a bande di criminali che si combattono in faide infinite, avvelenano il territorio, sciolgono cadaveri di bambini nell’acido, calpestando ogni legge umana e divina per disgustose lotte di potere basate unicamente su interessi materiali.
Per quanto fuorviato, il patriottismo di un soldato israeliano o di un militante palestinese mi sembrano in fondo assai più nobili, almeno nelle intenzioni, e mi auguro sinceramente di non diventare mai così cieco da considerarmi migliore di loro in quanto figlio di una presunta civiltà superiore quanto a democrazia, valori, ideali e via farneticando.
Le generazioni dei miei nonni e dei miei genitori, nella civilissima e cristiana Europa della prima metà del secolo scorso, con due guerre mondiali e gli orrori tanto dei lager nazisti quanto dei gulag sovietici sono stati testimoni e vittime di una delle pagine più nere dell’intera storia dell’umanità.
Il fatto che io, nato alla vigilia del boom economico, abbia dovuto affrontare il profondo disagio di decidere se mi piacevano di più i Beatles o i Rolling Stones mi pare un assai ambiguo privilegio in forza del quale proprio non me la sento di ergermi a giudice degli altri.
Quella tragedia, personalmente solo sfiorata, mi dà però la possibilità e il compito di comprendere e di dichiarare senza mezzi termini che non ci sarà pace senza giustizia, che i giochi dei potenti non sono autorizzati a passare sul cadavere di nessuno, che stiamo solo cominciando a capire quanto il destino di ogni singolo essere umano sia importante per l’umanità intera, ma abbiamo ancora scarsissimi mezzi e capacità affinché quanto comprendiamo e giustamente ci indigna, ci ferisce e ci addolora possa uscire dall’inconcludente dinamica delle facili polemiche, delle scontate accuse reciproche e delle oscene recriminazioni fatte di macabre contabilità per divenire finalmente capacità di mettersi al servizio di chi soffre, di aiutare chi è nel bisogno, di dare un contributo affinché le cose migliorino anche di un briciolo, ma da subito e davvero.
Il resto è solo un inganno al quale dovremmo progressivamente, e se Dio vuole definitivamente, sottrarci.
Scusate le troppe parole per cercare di dire qualcosa da altri vissuto in modo infinitamente più autentico rispetto a me: “Ci sono cose per cui sarei disposto a morire, ma non ce n’è nessuna per cui sarei disposto a uccidere” (Mahatma Gandhi).
Vi abbraccio, penando, sperando e pregando con voi
Paolo
SIAM TUTTI ARABOFONI… E GLI ARABI PARLANO COME NOI
Giovedì, Dicembre 18th, 2008 | Senza categoria | Comments Off
Leila aveva ancora la cuffia in testa, quando si buttò sul materasso ricamando col pensiero sulla figura meschina che il suo ragazzo le aveva fatto fare… Era stata ai grandi magazzini, per comprare una risma di carta a quadretti, utile per gli esercizi di algebra. Quel mammalucco le aveva detto che ne avrebbe trovata a tariffe ridotte: “Un taccuino dal cartolaio ti costerebbe una cifra, ma se fai bene i conti un foglio di quella risma viene quasi zero.” C’era andata di corsa, in carovana con le sue amiche, guadando la folla di quel sabato pomeriggio, torrido per il vento di scirocco. Avevano girato dappertutto, un vero safari tra i reparti, ma non avevano trovato che almanacchi alla rinfusa in un bailamme da bazar. Le aveva dato per l’ennesima volta un’indicazione sbagliata, che fardello sopportare i suoi scherzi! Con lei era sempre uno zucchero, come un alfiere che la scortava fin nei posti più remoti: baite in montagna, darsene sul lungomare… ma le sue amiche proprio non le sopportava: “Carciofi che si scambiano salamelecchi sul sofà” le definiva grattandosi la nuca e facendo lo sguardo d’assassino. Bisognava sempre dare la tara a quel che diceva, e ne diceva a bizzeffe. Era proprio un fanfarone, quando non esagerava e faceva macabri scherzi di cattivo gusto. La razzia di carta nuova di zecca l’aveva fatta chissà dove, e che venisse dai grandi magazzini loro l’erano bevuta come un sorbetto! Ancora una volta le aveva battute con uno scaccomatto.
In questo surreale racconto, quante parole di origine orientale ci sono? Una decina? Una ventina? Chi direbbe che ce ne sono ben 40?
Alfiere, dall’arabo al-fàris = “cavaliere”
Algebra, dall’arabo al-jabr, ricorrente nel titolo di un’opera del matematico al-Khwàrizmi (dal cui nome deriva ‘algoritmo’)
Almanacchi dall’arabo al-manàkh = clima
Assassino dall’arabo hashshàshi = fumatore di hashish
Bailamme, dal turco Bayram, festa di fine Ramadan
Baite, dall’arabo al-bayt = ‘la casa’
Bazar, dal persiano = mercato
Bizzeffe, dall’arabo bi-l-ziyàda = a volontà
Carciofi = dall’arabo al-kharshùf
Carovana, dall’arabo karwàn
Cifra, dall’arabo sifr = zero
Cuffia, dall’arabo al-kùfiyya, copricapo tipico della città di Kufa in Iraq
Darsene, dall’arabo dàr al-sina’a = casa dell’industria
Fardello, dall’arabo fardiyya, precetto religioso
Fanfarone, dall’arabo fanfara = chiacchierare, palare a vuoto
Guadando, dall’arabo wàdi, corso d’acqua
Leila, nome femminile arabo che significa ‘notte’
Macabri, dall’arabo maqàbir = tombe
Magazzini, dall’arabo makhàzin, deposito
Mammalucco, dall’arabo mamlùk, nome di una dinastia che deriva dal termine ‘schiavo’
Materasso, dall’arabo matrah, cosa gettata in terra
Meschina, dall’arabo miskìn = povero
Nuca, dall’arabo nùqra = bico occipitale
Ragazzo, dall’arabo raqqàs = lett. Ballerino, usato per i garzoni e i camerieri
Razzia, dall’arabo al-ghàzia = spedizione dei predoni
Ricamando, dall’arabo raqm = disegno
Risma, dall’arabo rizma = pacco
Safari, dall’arabo safar = viaggio
Salamelecchi = dal saluto islamico al-salàm ‘alaykum = pace su di voi
Scacco matto = dal persiano-arabo shàh màt = il re è morto
Scirocco, dall’arabo sharqi = (vento) orientale
Sofà, dall’arabo suffa = cuscino
Sorbetto, dall’arabo sharìb = bevanda
Taccuino, dall’arabo taqwìm = calendario
Tara, dall’arabo tarh = sottrazione
Tariffe, dall’arabo ta’rifa = somma determinata
Zecca, dall’abo sikka = conio
Zero, dall’arabo sifr = zero
Zucchero, dall’arabo sukkar
Soprattutto in epoca moderna, sono state molte anche le parole europee entrate a far parte del vocabolario arabo. Eccone una trentina:
bâbûr ( dal fr. vapeur)
bakâlûryâ (dal fr. baccalauréat)
bank (dall’it. banca)
bârâshûtîst (dal fr. parachutiste)
bitrûl (dal fr. pétrole)
brins (dal fr. prince)
buhîmîyya (dal fr. bohême)
bulîs (dal fr. police)
burjuwâziyya (dal fr. bourgeoisie)
dîmûqrâtîyâ (dal fr. démocratie)
duktûra (dal fr. doctorat)
faylasûf (dal gr. philosphos)
faytâmîn (dall’ingl. vitamine)
fîlm (dall’ingl. film)
ghazîta ( dall’it. gazzetta)
haydrûjîn (dall ingl. hidrogene)
îryâl (dall’ingl. aerial)
jandarma (dal fr. gendarme)
jughrâfyâ (dal gr. geographya)
jurnâl (dal fr. journal)
kâtîdrâ’iyya (dall’it. cattedrale)
kumbyûter ( dall’ingl. computer).
majistîr (dal fr. majistère)
maykrûfûn (dall’ingl. microphone)
nâmûs(dal gr. nomos)
qânûn (dal gr. kanon)
rûmântîzm (dal fr. romantisme)
saykûlûjyâ (dall’ingl psychology)
sirât (dal tardo lat. strata)
tarabeza (egiz. dialettale dal gr. trapeza = tavolo)
da P. Branca, A. Cuciniello, Destini incrociati. Europa e Islam, Fond. Achille e Giulia Boroli, Novara 2007
La prima volta di un musulmano sul giornale del papa
Domenica, Dicembre 7th, 2008 | Senza categoria | Comments Off
Il nuovo columnist è Khaled Fouad Allam. In sorprendente sintonia con Benedetto
XVI. Entrambi a favore di un dialogo cristiano-islamico che non sia un
compromesso tra le fedi ma un incontro tra le culture
di Sandro Magister
ROMA, 1 dicembre 2008 – Non si sono né visti né sentiti, eppure entrambi, negli
stessi giorni, hanno sostenuto tesi sorprendentemente vicine. Da una parte il
papa, Benedetto XVI, in una lettera-prefazione ad un libro; dall’altra un
pensatore musulmano, Khaled Fouad Allam (nella foto), il primo musulmano
chiamato a scrivere sulla prima pagina del giornale pontificio, “L’Osservatore
Romano”.
La prossimità di pensiero tra i due è tanto più sorprendente in quanto si
esercita su un terreno incandescente, il rapporto tra cristianesimo e islam. È
di pochi giorni fa l’ultima grande esplosione di violenza del radicalismo
musulmano, a Mumbai.
Ha scritto Benedetto XVI in una lettera all’autore di un libro uscito in questi
giorni in Italia, Marcello Pera, filosofo liberale, discepolo di Karl Popper, non credente:
“Un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile,
mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce
le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo”.
Ha scritto Khaled Fouad Allam su “L’osservatore Romano” di domenica 30 novembre:
“Da decenni i rapporti tra musulmani e cristiani coinvolgono diverse dimensioni,
tra le quali il confronto sul piano religioso, anche se spesso non si riesce ad
approfondirlo e a evidenziarne luci e ombre, con il risultato che non di rado
emerge la nostra incapacità a pensare oltre. Proprio per questa crisi
generalizzata bisogna pensare il dialogo tra cristianesimo e islam nella sua
dimensione filosofica”.
Allam vede nell’eplosione della violenza e dell’intolleranza religiose “il
segnale di un male che la nostra umanità sta vivendo”. Questo male ha la sua
radice nel “divorzio fra storia ed eternità”.
Mentre l’Occidente tende a far coincidere la storia col tutto, l’islam radicale
pretende di “impadronirsi dell’eternità” e per questa via “cerca di imporre il
tragico ordine della tirannia”.
La guarigione da questo male – prosegue Allam – è dunque in un dialogo tra
cristianesimo e islam che ricongiunga storia ed eternità; un dialogo sulle
radici culturali e i loro effetti, su questioni che vanno dalla libertà di
religione alla bioetica.
Il che esige da un lato “liberare l’islam dal monopolio della teologia
neofondamentalista”, dall’altro “un’Europa che ritorni alle sue radici, aperte
agli altri continenti”.
Ecco qui di seguito, integrale, l’articolo di Khaled Fouad Allam uscito su
“L’Osservatore Romano” del 30 novembre 2008. L’autore, nato in Algeria e
cittadino italiano, di fede musulmana, insegna nelle università di Trieste e di
Stanford.
“Le religioni e il destino del mondo” di Khaled Fouad Allam
Muslim youth band against terrorism-The Times of India
Martedì, Dicembre 2nd, 2008 | Senza categoria | Comments Off
MUMBAI: In a bold move, Muslim youths from the city and its suburbs have floated an organisation to openly oppose moves by vested interests to mislead the community’s young people in the name of Islam. The Muslim Youth of India (MY India) feels that the word ‘jehad’ is being misinterpreted by certain forces to recruit many young Muslim men for nefarious purposes. The move is significant in light of the fact that the outlawed Students Islamic Movement of India (SIMI) has been indoctrinating Muslim youths and encouraging them to walk the path of terrorism. MY India has organised a public meeting, ‘Muslims against Terrorism’, at Khilafat House, Byculla, on Thursday evening to debate the misuse of religion as a tool to meet social and political ends. “For long, the Muslim youths have been misled in the name of religion. Anti-Indian and anti-Muslim forces are exploiting the youth to serve their political agenda and to carry out terrorist activities. We will gather in large numbers on Thursday to denounce such anti-Islamic activities and make the youth aware of the trap,’’ said Sayeed Khan, the 30-plus convener of MY India. Moderate thinkers in the community, members of the Jamaat-e-Islami (JeI, a pan-Indian socio-religious group) and journalists will participate in the meeting. Former president of the JeI and vice president of the Ulema council, Maulana Riyaz Khan, and journalist Sayed Iftikar Ahmad, who edits a Marathi weekly, will address the gathering. The decision to set up MY India was taken after weeks of debate among Muslim youths in the wake of the series of blasts allegedly engineered by SIMI in Mumbai recently. “Our community is being branded by many people as anti-national solely because of the acts of a few black sheep. The guilty should be punished. The need of the hour is to provoke a debate and ensure that our community is not trapped in the gun culture,’’ Fareed Patel, an active member of MY India. A programme has already been chalked out by members of MY India to dissuade Muslim youths from getting involved in terrorist activities. “Islam does not advocate violence or killing of innocents. Our endeavour is to make them realise the true path of religion and give them the correct understanding of the teachings of the holy Koran,’’ said Mr Khan. He said that discrimination against the minority community in the wake of the Gujarat riots and the widespread unemployment of Muslim youths have made them easy recruits for terrorist activities. “However, it is now the responsibility of the Muslim intelligentsia and the elite to save these youths. MY India is a small step in that direction and we will work for the betterment of the community,’’ Mr Khan added.
